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Dalla fisiognomica alla frenologia

i crani frenologici del Museo di Antropologia

di Nicola Carrara - Museo di Antropologia, Università degli Studi di Padova

 

La convinzione che sia possibile leggere il carattere di un individuo dal suo aspetto fisico è un fenomeno storicamente pervasivo. I più antichi trattati sulla fisiognomica – termine che deriva dalle parole greche physis (natura) e gnosis (conoscenza) – risalgono ad Aristotele (384-322 a.C.) e alla teoria elaborata dal suo maestro Platone (427-348 a.C.) che collegava la bellezza fisica con la bontà morale. Ad Aristotele, o più probabilmente alla sua scuola, si deve il volumetto Physiognomica, scritto intorno al 300 a.C. Quest'ultimo può essere considerato il capostipite delle opere dedicate a questi temi ed infatti il suo impatto ha ricadute notevoli sul pensiero occidentale. Anche in Cina – sebbene in modo completamente indipendente – si sviluppa intorno al 1000 d.C. una forma di lettura del volto umano detta mianxiang, che poggia su pilastri analoghi a quelli aristotelici. Tornando in Europa, si può osservare come la fisiognomica resti argomento di interesse e di studio nel corso dei secoli e che la validità dei suoi assunti non sia sostanzialmente messa in discussione per molto tempo. Michael Scot (1175 ca.-1232 ca.) – filosofo della corte di Federico II di Svevia – scrive all’inizio del XIII secolo il Liber physiognomiae, testo che verrà utilizzato nelle università inglesi fino al 1530. Lo stesso Leonardo da Vinci (1452- 1519), sebbene dichiari che la fisiognomica non abbia alcun fondamento scientifico, afferma che le linee del volto legate alle espressioni facciali possono indicare i tratti della personalità.
Nel 1586 Giovanni Battista Della Porta (1535- 1615) – eclettico studioso vissuto a Napoli – pubblica l’opera De humana physiognomonia che senza dubbio andrà ad influenzare fortemente i successivi lavori di Thomas Browne (1605-1682) e Johann Kaspar Lavater(1741-1801).DellaPortariprendela tradizione greca che utilizzava le fisionomie animali per spiegare i differenti caratteri umani ma, al tempo stesso, visita molte carceri pubbliche «dove sempre è racchiusa gran moltitudine de’ facinorosi ladri, parricidi, assassini di strada, e d’altri uomini di simile fattezza». L’indagine del volto è uno dei temi che più ispira l’opera, come ben espresso nel seguente passo: «[...] dicono i medici che tutto il corpo manda il suo sangue e spiriti alla faccia, per essere membro più notabile di tutto il corpo; onde le passioni di tutto il corpo e dell’animo si conoscono nella faccia». Nell’idea del Dalla Porta, la fisionomia del viso in tutti i suoi elementi – occhi, naso, bocca, fronte, capigliatura – permette di ricavare non solo il carattere di una persona, ma rispecchia anche l’animale che, in una visione spiccatamente antropomorfa, ne è espressione. Così, ad esempio, il condottiero forte e coraggioso somiglierà giocoforza ad un leone, mentre la persona mite e semplice avrà l’aspetto che ricorda quello del bue. Successivamente è il filosofo e fisico Thomas Browne a riprendere i temi della fisiognomica in due sue opere: Religio Medici (1643) e Christian Morals (1675 ca.). Nel secondo lavoro scrive: «Poiché il sopracciglio spesso dice il vero, poiché occhi e nasi hanno la lingua, e l’aspetto proclama il cuore e le inclinazioni, basta l’osservazione ad istruirti sui fondamenti della fisiognomica [...] spesso osserviamo che persone con tratti simili compiono azioni simili. Su questo si basa la fisiognomica».
Senza ombra di dubbio è con lo scrittore e filosofo svizzero Johann Kaspar Lavater che la fisiognomica raggiunge la sua massima espressione, non tanto per le idee che non sono originali ma piuttosto per l’ampia popolarità. I quattro volumi intitolati Physiognomische Fragmente zur Beförderung der Menschenkenntnis und Menschenliebe (1775–8) già nel 1810/75 contano 55 edizioni con vari prezzi e formati, nonché le traduzioni in Inglese e Francese (Lavater, 1840). Nonostante nell’ambiente scientifico l’opera abbia molti detrattori, Lavater diviene un personaggio ammirato e corteggiato dall’aristocrazia europea.
Grazie alla sua rete di conoscenze, Lavater riesce ad ottenere da due artisti molto popolari – Henry Fuseli (1741-1825) e William Blake (1757-1827) – dei ritratti che vanno ad arricchire la sua opera, influenzando così anche l'arte e la letteratura di fine Settecento. È soprattutto il secolo seguente a risentire fortemente del pensiero lavateriano, visto che la fisiognomica (e la nascente frenologia) compare nei lavori dei maggiori romanzieri del XIX secolo come Charles Dickens (1812-1870), Honoré de Balzac (1799-1850), Charlotte Brontë (1816- 1855), Jane Austen (1775-1817), George Eliot (1819-1880) e Oscar Wilde (1854-1900). L’approccio alla fisiognomica non è sempre favorevole, visto che sia per Dickens che per la Austen il romanzo fornisce l’occasione per manifestare il proprio scetticismo. Di contro, la Brontë abbraccia completamente le teorie di Lavater, tanto che nell’opera The Professor si contano non meno di trenta frasi distinte su fisiognomica e frenologia. La Brontë è ossessionata dalle caratteristiche fisiche delle sue protagoniste ed è desiderosa di illustrare al lettore ciò che il loro aspetto dice sulla loro moralità o carattere (Twine, 2002).
Un aspetto interessante da evidenziare è che tra il 1700 e il 1800 la fisiognomica gode delle simpatie sia del mondo religioso che di quello scientifico. Questo perché Lavater tenta di usare la scienza per migliorare la moralità delle persone, per sistematizzare e rendere operativa la nozione che l’apparenza riflette la propria moralità; la sua opera ha potuto così attrarre le persone senza compromettere il loro cristianesimo o il crescente scientismo tipico di quel periodo.
Un’altra ragione del successo della fisiognomica lavateriana è da ricercare nelle nascenti ideologie nazionaliste del periodo che trovano terreno fertile nell’assunto che la nazionalità è rappresentata come un fatto “biologico”. Scrive, infatti, Lavater nel 1840: «Che esista una fisionomia nazionale, così come un carattere nazionale, è innegabile. Chiunque dubiti di ciò non potrà mai aver osservato uomini di nazioni diverse, né aver paragonato gli abitanti di due confini estremi». È innegabile che questo abbia contribuito non solo ad alimentare presunti primati tra le nazioni ma, soprattutto, abbia legittimato sia l’eurocentrismo che il colonialismo.
Anche la frenologia (dal greco phren = mente e logos = studio) intraprende i primi passi sul continente europeo per avere, in seguito, più fortuna nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Australia. A stabilirne i principi è il medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828) sul finire del XIX secolo. Sebbene ci siano differenze importanti tra la fisiognomica di Lavater e la frenologia di Gall, è indubbio che la seconda sia influenzata dalla prima. Durante gli anni da studente (tra il 1770 e il 1780), Gall osserva che gli studenti dotati di buona memoria hanno tutti occhi prominenti e arriva alla conclusione che la parte del cervello sede della memoria sia posta dietro agli occhi. Questa prima osservazione è fortemente collegata con la popolarità delle teorie lavateriane del tempo, ma prosegue poi in maniera originale tanto che Gall può essere considerato il primo a formalizzare che la mente e il cervello siano la stessa cosa e che esistano aree del cervello deputate a funzioni differenti. Nonostante questi elementi di modernità, la sua teoria frenologica risente pesantemente della popolarità della fisiognomica tanto che egli cerca all’esterno, sulla superficie della testa, le caratteristiche cerebrali degli individui. Mappa il cervello suddividendolo in aree legate ad alcune facoltà, il cui grado di sviluppo viene rispecchiato dalla forma della testa, attraverso delle vere e proprie protuberanze e depressioni. Viene da qui il detto popolare “avere il bernoccolo per qualcosa”.
A dare nuova linfa alle teorie di Gall è il suo collaboratore Johann Caspar Spurzheim (1776-1832). A lui si deve non solo la coniazione del termine “frenologia”, ma anche un ampliamento del numero delle facoltà mentali e morali che passano dalle iniziali 27 fino a 37 (Gall e Spurzheim, 1809- 19). Dopo il 1815 i destini del maestro e del discepolo in tema di frenologia si separano. Spurzheim abbraccia una visione meno deterministica della frenologia che viene vista come uno strumento che può far migliorare l’umanità; di contro, Gall rimane legato all’osservazione e alla sperimentazione anatomica, ritenendo che non si possano migliorare le facoltà mentali di una persona attraverso l’educazione.
È la visione di Spurzheim a prendere il sopravvento, grazie al suo attivismo. Egli, infatti, tiene un vero e proprio tour di lezioni nel Regno Unito rendendo molto popolare questa disciplina. George Combe (1788- 1858) pubblica nel 1828 The Constitution of Man, in cui presenta la sua formulazione della frenologia e i suoi usi pratici. Oramai tutte le maggiori città inglesi hanno società frenologiche e la figura del frenologo è riconosciuta e apprezzata: nonostante lo scetticismo che sfocia addirittura nella derisione da parte dell’establishment scientifico britannico, la frenologia diventa una “scienza popolare” con tanto di giornali e pubblicazioni dedicate.
Uno degli effetti più deleteri della frenologia si può osservare a partire dalla seconda metà del XIX secolo, quando essa si concentra sulle differenze razziali: non è raro trovare sui giornali di frenologia molte rappresentazioni denigratorie dei neri africani e degli aborigeni australiani, utili a giustificare la superiorità europea e lo sfruttamento coloniale. La frenologia, seguendo il clima dell’epoca, è al fianco di altre discipline come la craniometria, l’antropometria, la criminologia e l’antropologia a supportare la presunta superiorità dei bianchi, l’eurocentrismo, le differenze tra le classi sociali e il patriarcato. Guardare la fisiognomica e la frenologia con gli occhi di oggi significa coglierne la loro inconsistenza scientifica. Al tempo stesso, il loro retaggio culturale – nei modi di dire e nel pensiero popolare – è innegabilmente attuale, tanto che chiunque nel corso della sua vita avrà detto o pensato “quello ha una faccia da...”, senza rendersi conto che così facendo ha riassunto in quell’espressione molti secoli di storia.

 

Bibliografia
Gall F.J., Spurzheim J.G., 1810-19. Anatomie et physiologie du système nerveux en général, et du cerveau en particulier, Paris.
Lavater J.K., 1840. Essays on Physiognomy. London, Thomas Tegg (Orig. 1775–1778).
Twine R., 2002. Physiognomy, Phrenology and the Temporality of the Body. Body & Society. London, Thousand Oaks and New Delhi: SAGE Publications, vol. 8(1): 67–88.

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